Templi, Religione e Spiritualità 🎋

di Marco Milani

Quando pensiamo a un paese straniero, ci appare spesso alla mente un'immagine di una sua caratteristica distintiva. Qual è la prima cosa che vi viene in mente se qualcuno nomina il Giappone?

Di sicuro in molti lo assoceranno alla pop culture fatta di manga e anime che si è diffusa ovunque, in Italia e nel mondo; altri invece penseranno ai valori appresi durante le lezioni di karate o di judo, oppure ai samurai e alle geisha che hanno contribuito alla costruzione di una sua immagine esotica, perché culturalmente lontana dalla nostra.

Quando chiedono a me qual è la prima cosa che associo al Giappone, mi appaiono davanti agli occhi le immagini delle decine di templi che ho visitato nel periodo in cui vivevo là, durante l'ultimo anno dei miei studi in università. Ho un ricordo molto nitido delle loro strutture imponenti, spesso circondate da laghetti colmi delle famose carpe koi (quelle dai colori più vari).

I templi in questo paese sono praticamente ovunque, è molto difficile quantificarli. E la spiritualità giapponese è un tema che mi ha sempre incuriosito moltissimo e che ho cercato di approfondire in diversi contesti.

Una delle domande che mi sono sentito fare più spesso durante i racconti del mio viaggio è: "il fatto che i templi siano così tanti significa che i giapponesi sono fortemente religiosi?"

In realtà non è proprio così, anzi! Religione e spiritualità sono argomenti molto spinosi da trattare, perché in Giappone non hanno confini netti come in molti paesi occidentali.

A ciò va aggiunto il fatto che questo paese rappresenta un'eccezione anche rispetto a molti stati del vicino sud-est asiatico nei quali, pur in presenza di una maggiore varietà di culti, è più semplice per una persona identificarsi con uno specifico. Vediamo di fare un po' di chiarezza.


PARTIAMO CON UN PO' DI STORIA...

È innanzitutto necessario fare una distinzione tra le due principali religioni che hanno influenzato il panorama spirituale nipponico: lo shintoismo e il buddhismo.

Il primo è una religione autoctona che nacque oltre due millenni fa: lo shintō 神道, che in giapponese significa letteralmente "la via per gli dei", è una religione animista che si basa sull'idea che ogni cosa abbia un'essenza vitale (tama 魂) che, alla morte, entra a far parte del mondo naturale. A questa credenza è legato il culto della natura, come per esempio l'idea, nel Giappone antico, che ogni montagna importante fosse la dimora di una divinità (kami神) e che le catastrofi naturali fossero associabili alla sua ira, che il popolo tentava di placare con delle offerte.

Il buddhismo giapponese, invece, condivide alcuni principi comuni a quello classico di origine indiana e cinese, tra cui l'alternanza della vita e della morte grazie al processo di reincarnazione.

Tuttavia, al suo arrivo in Giappone dal VI secolo d.C. venne influenzato dallo shintoismo, dal quale assorbì alcuni concetti, come in senso di impermanenza nel mondo, che si rifletté moltissimo nelle arti classiche, come la poesia. Del buddhismo sono presenti molte scuole, tra cui Tendai 天台, Shingon 真言 e Zen 禅. La morte ha un ruolo centrale perché si ritiene che, una volta terminato il ciclo di reincarnazioni, le anime dei defunti diventino delle divinità e, per questo motivo, il culto degli antenati è di fondamentale importanza ancora oggi.

Dopo l'arrivo del buddhismo, lo shintoismo passò sicuramente in secondo piano, ma resistette e, come risultato, le due fedi cominciarono a coesistere. Lo shintō tornò a diffondersi con forza nel periodo della Seconda Guerra Mondiale per influenza delle ideologie nazionaliste, mentre il buddhismo cominciò a essere considerato estraneo poiché importato dalla Cina (nonostante gli oltre 1000 anni di convivenza).

Dal dopoguerra, però, ricominciò la loro coesistenza, che continua ancora oggi.


I CULTI E I TEMPLI OGGI

Tornando al presente, la parola che descrive al meglio la religione in Giappone è "sincretismo": è ormai impossibile separare nettamente i due culti, che sono praticati insieme, talvolta in modo inconsapevole. Allo shintō sono maggiormente connessi i riti che celebrano le varie fasi della vita, per esempio il momento della nascita e alcune cerimonie di passaggio (come gli shichigosan 七五三, per le bambine all'età di 3 e 7 anni e per i maschietti di 5).

Il buddhismo è invece maggiormente legato agli antenati e alla vita dopo la morte, considerando che i funerali si svolgono solo con cerimonie buddhiste.

I templi che si possono trovare in Giappone sono in realtà di due tipi: si parla di templi per quanto riguarda quelli buddhisti (otera お寺) e di santuari riferendosi a quelli shintoisti (jinja 神社), spesso più vicini al verde a causa del ruolo centrale attribuito alla natura. Questi ultimi, sono spesso riconoscibili dalla presenza di una fontana al loro ingresso con un mestolo, che viene usato per lavarsi mani e bocca, fonti di impurità. L'entrata al santuario è delineata dalla presenza di un portale di legno, il torii 鳥居: sono sicuro che molti avranno in mente l'immagine di quello in mezzo al mare a Itsukushima (nella prefettura di Hiroshima), oppure quelli che si susseguono al santuario Fushimi Inari, vicino a Kyoto, dal caratteristico arancione acceso.

Il sincretismo si manifesta dal fatto che non è molto raro trovare la statua di un santone buddhista in un santuario shintoista e viceversa. Indipendentemente da quale sia arrivato prima, i due culti hanno convissuto per più di un millennio e si sono influenzati reciprocamente.

Arriviamo ora alla domanda da cento milioni di yen: "i giapponesi sono religiosi?"

È davvero difficilissimo dare una risposta concreta. Sotto questo punto di vista, si tratta di un popolo ricco di contraddizioni perché, sebbene considerato uno fra i più atei dell'Asia, vede moltissime ricorrenze in cui le persone si recano ai templi per pregare e ricevere un po' di fortuna. Esiste addirittura un proverbio che recita:

苦しい時の神頼み= rivolgersi agli dei nei momenti difficili.

Si dice che i giapponesi nascano shintoisti e che muoiano buddhisti (e aggiungerei che talvolta, nel mezzo, si sposano in abito bianco come i cristiani, spesso per moda). La difficoltà nel comprendere la loro spiritualità deriva dal modo stesso in cui i due culti principali si sono fusi nei secoli: secondo alcuni ricercatori, i giapponesi non sono molto religiosi, se però utilizziamo questo aggettivo nel senso occidentale del termine, motivo per il quale le religioni più vicine a noi, più dogmatiche e che richiedono un'adesione "esclusiva", hanno avuto scarso successo (il cristianesimo è praticato da meno dell'1% della popolazione).

Nonostante la presunta scarsa religiosità, i giapponesi si recano spesso nei luoghi sacri per acquistare un portafortuna (omamori お守り) il giorno prima di un esame o alla vigilia di un altro avvenimento importante. Anche i matsuri 祭り (feste popolari più o meno grandi legate a funzioni religiose) sono tra i più importanti eventi della collettività.

Per concludere, è impossibile quantificare la religiosità di questo popolo, perché le religioni hanno oggi un'importante funzione civile e sociale: le feste popolari e le cerimonie aiutano a creare legami tra i membri della comunità o a introdurli a essa.

Sebbene il legame con la religione sia formalmente scarso, i templi e i culti rappresentano per i giapponesi un legame molto forte con le proprie radici culturali: non bisogna dimenticare che questo paese ha subito un forte e velocissimo processo di crescita economica e occidentalizzazione nel dopoguerra e le religioni rappresentano da sempre un'ancora con la quale i giapponesi riescono a rimanere attaccati alla propria identità storica.

Marco Milani


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